La
stazione di Certaldo è difficile da raggiungere. Tra la strada e la
stazione è frammisto uno scoglio scivoloso, con pozze d’acqua dove
molte persone fanno il bagno. Bisogna camminare cauti per non
scivolare.
Sono
con la Giusy, stiamo attraversando la strada e notiamo per la priva
volta che una piccola rocca si erge sopra un poggio sovrastante la
stazione. <<Ma tu l’avevi mai notata prima quella piccola
rocca lassù?>> <<No, eppure so che c’è sempre
stata!>>
Camminiamo,
andiamo avanti. Lo scoglio si fa scivoloso, mi devo togliere i
sandali; sto camminando carponi su per la roccia e impreco e mi
arrampico a fatica; in alto le persone si lasciano scivolare via a
terra, trasportate da una specie di manovia; scorrono via
ammucchiate in maniera disordinata le une sulle altre: Mi sembrano
articoli da supermercato. Penso guardandoli <<quasi quasi ci
metterei una cassiera alla fine di questa manovia a contare tutta
questa gente>> e ne rido.
Raggiungiamo
il sottopassaggio e qualcuno dice lamentandosi: <<Noi di
Certaldo non paghiamo il biglietto. No, non lo paghiamo!>>
Salita
sul treno, incontro due ragazze che invece dicono di averlo pagato.
Ma allora… penso: chi si è lamentato era soltanto un episodio a
sé, una singola persona che poi avrebbe fatto come tutti. Perciò
scendo giù dal treno e mi ritrovo per le scale che portano al garage
di un traghetto, anche se sono ben consapevole di essere sempre sul
treno.
Apro
lo sportello del treno e sono sui binari, dalla parte sbagliata.
Risalgo, ridiscendo di nuovo, e, ancora una volta, sono scesa dalla
parte sbagliata, ed è anche sopraggiunta la coincidenza. Chiudo lo
sportello, rassegnandomi a fare il viaggio senza biglietto.
Mi
volto, vedo il controllore. È giovane. Mi avvicino a lui dicendogli
che devo scendere perché non ho fatto in tempo a fare il biglietto.
Lui mi chiede dove sono salita. Gli dico che sono salita a Certaldo.
Poi gli domando quanto tempo ho a disposizione prima che il treno
riparta. <<Un quarto d’ora>> mi risponde. Non ce la
posso fare.

Non
siamo ancora partiti da Certaldo che già siamo ad Empoli. Ho già
fatto metà del viaggio senza accorgermene. Lui mi guarda fisso negli
occhi, due occhi verdi verdi, uno sguardo intenso. Io lo guardo;
provo qualcosa che non so spiegarmi; amore? Attrazione? Mi abbandono
voltandogli le spalle. Mi accarezza il viso, poi con le dita, lui si
accarezza il suo viso, sfiorandolo appena e ci disegna sopra una rete
intricata di colore bianco. Poi, con il polpastrello dell’indice
sinistro, traccia una striscia rossa sulla guancia sinistra come la
pittura degli indiani. I capelli poi sono nascosti da tante
striscioline di carta bianca che si è strappato con le sue stesse
mani. È quasi un rito magico. Poi mi prende la mano tra le sue, me
la guida in basso, a terra, giù sempre più giù fuori dal pavimento
fino alla ruota del treno.

Dentro
i raggi della ruota sotto un elastico appare un biglietto come per
magia. Un regalo che lui mi ha fatto. Getta via i capelli di carta
dal finestrino. Un vecchio ferroviere lungo le rotaie raccoglie
cartacce con un bastone appuntito. Vede volare i capelli di carta.
<<Mah!>> esclama con meraviglia, sgomento e rassegnazione
per coloro che lasciano rifiuti ovunque..
Il
treno arriva a destinazione. La ragazza: io (Valerie Kaprisky),
scende. Il treno riparte, lui riparte; non le ha lasciato né il
nome, né l’indirizzo, solo una bella storia.
Mi
sveglio, voglio scrivere il sogno,
una bella storia, un bel soggetto cinematografico: <<Tutto
cominciò in una stazione…>> penso alla scena in cui lei
scende dal treno e il treno riparte sfrecciando alle sue spalle. Poi
ricordo che inizia diversamente, con la scena della manovia. C’è
Andrea che non mi vuole lasciare andare. Prendo carta e penna. La
penna non è una penna, non posso scrivere, ma non devo dimenticare
il sogno.
Mi
accorgo che sto ancora sognando.