Il cielo s’ingarbuglia
Sto pedalando giù per la strada scoscesa di campagna. Sono in sella a un motorino o a una bici. Il tempo si è guastato, devo affrettarmi; ad un crocichio vado quasi nel fosso se non faccio attenzione.
Ho impattato contro qualcosa o qualcuno che ha preso a strattonarmi afferrandomi per il braccio dstro.
Faccio una manovra d’emergenza con la ruota anteriore, muovendola a tratti e scatti veloci da un lato all’altro per poter restare in equilibrio, ma devo mettere subito un piede a terra per non finire a gambe all’aria.
Alzo lo sguardo e un tipo con fare lascivo è al mio fianco che farfuglia qualcosa, frasi incerte di cui non riesco a cogliere il nesso, ma il mio sguardo dilaga lontano.
Nel cielo cupo flottano lente nubi grigie e nere che si addensano in una foggia inconsueta.
Devo andare, il tempo si sta guastando. Le nubi si sono addensate e sono visibili forme umane disincarnate sospese nel cielo in posizione eretta, le braccia lungo i fianchi. Le più sono capovolte. Si notano le costole e le orbite degli occhi vuote.
<<Guardate le nuvole, guardate lassù!>>
Percorro la strada fino in fondo, fino a che lambisce un’area con delle auto in soste in una zona di divieto: un incrocio a delta, dove un’auto si attarda, ferma, a motore spento, prima di ripartire.
Non riesco a parcheggiare che sono subito in casa.
<<La luce, voglio la luce!>> comincio a gridare sconcertata. Ho paura. Mi guardo allo specchio. C’è qualcosa che si estroflette dalla pelle del mio viso, come un pallino, un cece sottocutaneo nella bocca che preme e mi dà fastidio.
Sono sconcertata. Cerco di esorcizzare la paura e il male con le mie parole, un mantra ripetuto fino all’ossessione:
<<La luce, vogliamo la luce!>>
Figure disincarnate sospese capovolte nel cielo.
Il cielo sembra schiarirsi, o è solo la mia volontà. Camilla in piedi di fronte a me mi fa coro:
<<La luce, vogliamo la luce!>>
Giocattoli sparsi disseminati su tutto il pavimento.
Il nocciolo pare si sia spostato sulla guancia destra o nel collo sotto la gola, ma sempre di lato.
Cinzia e Daniela hanno organizzato un barbecue con Massimo che presiede la griglia centrale.
<<Questo mi dovreste regalare!>> dice Daniela, mostrandomi un macchinario grande di colore rosso, una grande macchina da lavoro ricoperta di brace incandescente e di cenere che flotta nell’aria mossa da folate di vento.
Metto una mano in tasca e traggo un calzino, un guanto, entrambi spaiati e qualcosa da mettermi sulle spalle.
Porgo questi oggetti a Massimo che rifiuta di prenderli, me li rimetto in tasca.
Sono di nuovo nello stanzino, seduta a gambe incrociate che mi dondolo avanti e indietro senza sosta ripetendo il solito mantra:
<<La luce, vogliamo la luce!>>
E la luce irrompe, diradando le figure antropomorfe e trascinandole in bianchi cumoli di zucchero filato.
Il cielo si fa terzo e poi azzurro carico.
Sento che il nocciolo è sceso. Lo sento muoversi, ora sul petto, lo sento scendere, uscire ed impattare in terra dove rimbalza con un tonfo ovattato di gomma. Lo guardo a terra, è un ciuccio da neonati interamente di gomma marroncino trasparente. Sono esterrefatta ma felice.
(mercoledì 1 settembre 2004)
©️ Marzia Pasticcini



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