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mercoledì 1 settembre 2004

Il cielo s’ingarbuglia

 Il cielo s’ingarbuglia


Sto pedalando giù per la strada scoscesa di campagna. Sono in sella a un motorino o a una bici. Il tempo si è guastato, devo affrettarmi; ad un crocichio vado quasi nel fosso se non faccio attenzione. 

Ho impattato contro qualcosa o qualcuno che ha preso a strattonarmi afferrandomi per il braccio dstro.

Faccio una manovra d’emergenza con la ruota anteriore, muovendola a tratti e scatti veloci da un lato all’altro per poter restare in equilibrio, ma devo mettere subito un piede a terra per non finire a gambe all’aria.

Alzo lo sguardo e un tipo con fare lascivo è al mio fianco che farfuglia qualcosa, frasi incerte di cui non riesco a cogliere il nesso, ma il mio sguardo dilaga lontano. 

Nel cielo cupo flottano lente nubi grigie e nere che si addensano in una foggia inconsueta.


Devo andare, il tempo si sta guastando. Le nubi si sono addensate e sono visibili forme umane disincarnate sospese nel cielo in posizione eretta, le braccia lungo i fianchi. Le più sono capovolte. Si notano le costole e le orbite degli occhi vuote.


<<Guardate le nuvole, guardate lassù!>>

Percorro la strada fino in fondo, fino a che lambisce un’area con delle auto in soste in una zona di divieto: un incrocio a delta, dove un’auto si attarda, ferma, a motore spento, prima di ripartire.

Non riesco a parcheggiare che sono subito in casa.

<<La luce, voglio la luce!>> comincio a gridare sconcertata. Ho paura. Mi guardo allo specchio. C’è qualcosa che si estroflette dalla pelle del mio viso, come un pallino, un cece sottocutaneo nella bocca che preme e mi dà fastidio.

Sono sconcertata. Cerco di esorcizzare la paura e il male con le mie parole, un mantra ripetuto fino all’ossessione:

<<La luce, vogliamo la luce!>>

Figure disincarnate sospese capovolte nel cielo.

Il cielo sembra schiarirsi, o è solo la mia volontà. Camilla in piedi di fronte a me mi fa coro:

<<La luce, vogliamo la luce!>>

Giocattoli sparsi disseminati su tutto il pavimento.

Il nocciolo pare si sia spostato sulla guancia destra o nel collo sotto la gola, ma sempre di lato.

Cinzia e Daniela hanno organizzato un barbecue con Massimo che presiede la griglia centrale.

<<Questo mi dovreste regalare!>> dice Daniela, mostrandomi un macchinario grande di colore rosso, una grande macchina da lavoro ricoperta di brace incandescente e di cenere che flotta nell’aria mossa da folate di vento.

Metto una mano in tasca e traggo un calzino, un guanto, entrambi spaiati e qualcosa da mettermi sulle spalle.

Porgo questi oggetti a Massimo che rifiuta di prenderli, me li rimetto in tasca.

Sono di nuovo nello stanzino, seduta a gambe incrociate che mi dondolo avanti e indietro senza sosta ripetendo il solito mantra:

<<La luce, vogliamo la luce!>>

E la luce irrompe, diradando le figure antropomorfe e trascinandole in bianchi cumoli di zucchero filato.

Il cielo si fa terzo e poi azzurro carico.

Sento che il nocciolo è sceso. Lo sento muoversi, ora sul petto, lo sento scendere, uscire ed impattare in terra dove rimbalza con un tonfo ovattato di gomma. Lo guardo a terra, è un ciuccio da neonati interamente di gomma marroncino trasparente. Sono esterrefatta ma felice.


(mercoledì 1 settembre 2004)

©️ Marzia Pasticcini

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